Un caffè senza zucchero – 4

21 novembre 2013 § Lascia un commento

caffe-2Non voglio, ma a fatica riapro gli occhi. Sento nuovamente i rumori attorno a me. Mi strofino le guance e alzo lo sguardo. Davanti a me una vecchia che mi guarda schifata. Me ne frego. Distendo le gambe e sbadiglio spalancando la bocca senza metterci la mano davanti. La vecchia si gira dall’altra parte.
Me ne sto ancora lì per un po’. Giro, giro, giro. E’ da secoli che non prendo l’autobus e questa parte della città non me la ricordavo così. Un tempo qui c’erano poche case e di là c’erano prati.
Giro ancora e poi scendo vicino alla stazione dei treni. Cavolo, i treni. Da piccolo erano la mia passione. E poi nulla. Nulla. Salgo sul cavalcavia che domina la stazione e mi godo quel tramonto fatto di lame e fili e carrozze che se ne vanno. Ridiscendo e vado alla biglietteria. Biglietteria? Un computer mette alla prova la mia pazienza e alla fine la spunto io. Non ho fretta: io c’ho messo i soldi, lui ha scelto la destinazione. Binario 7, fra 23 minuti.
Una bibita ci vuole. Chinotto, rigorosamente.
Prendo il sottopasso per il binario 7 e poi mi assale il dubbio: non ho nulla da leggere. Mi precipito all’edicola e catturo la mia rivista preferita e poi ci aggiungo un’altra. Pago e me ne torno verso il mio sottopasso per il binario 7. La carrozza è là che mi aspetta.
Stringo le mie riviste e pregusto la lettura comodamente stravaccato sulla poltrona. Sorrido e mi fermo. Faccio un giro su me stesso e sorrido ancora. Vedo il cestino delle immondizie ed è un lampo: le butto e me ne vado.
Salgo i gradini e sul binario 7 c’è il mio treno. Salgo e mi butto a metà vagone, lontano dalle porte, lontano dalla voglia di scendere. Chiudo gli occhi e rivedo lo sguardo schifato della vecchia. Chissà perché ora mi sorride.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 3

15 novembre 2013 § Lascia un commento

caffè-al-ginsengIn mano tengo ancora il biglietto di sola andata, azzurro e giallo.
Arrivo alla macchina, la apro e mi guardo in giro, poi getto le chiavi dentro, sul fondo accanto al sedile di guida e richiudo la portiera. Lentamente.
E lentamente mi dirigo verso la fermata dell’autobus.
L’attesa è attesa. Non so quanto ma a un certo punto arriva il 12 che mi porterà non so dove.
Sono in piedi e mi tengo al palo mentre il mezzo si piega sulle curve. Apro il finestrino e sporgo la mano con il biglietto che svolazza e si piega al vento. Lo stringo forte.
– Ehi, che ci fai qui? – sento una voce dietro, ma non mi giro. Non può essere per me.
– Dico a te… – e mi tocca la spalla. Mi giro: cavolo! E’ così bella che mi toglie il fiato.
– Ciao…
– Ciao, come stai?
– Non c’è male… – mento. La guardo e non riesco a dire altro. Mi sorride e io mi perdo nei suoi occhi. Vedo solo lei, anzi, sento solo lei, mentre tutto il mondo dentro l’autobus scompare. E’ magnetica, c’è poco da fare. E’ da un po’ che non la vedevo, anzi pensavo proprio di averla persa. Sorrido: ho pensato una cazzata.
Intanto lei mi racconta cosa ha fatto negli ultimi tempi e io non capisco quello che dice: ascolto il suono delle sue parole, la melodia che mi rapisce. Ogni tanto annuisco e sorrido… Devo avere una faccia da ebete.
– La mano…
– Cosa?
– La tua mano… Perché la tieni fuori?
– Ah, sì, certo… – che idiota. Sorrido. Cosa ci troverà in Milena questa qui?
Dice che Milena è un’amica come poche… Sarà… L’autobus si ferma e lei mi saluta e scende. Rimango fisso su di lei finché l’autobus mi porta lontano. Mi siedo e chiudo gli occhi. Ho la fronte sudata. Mi assale il dubbio: forse ho sognato.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 2

7 novembre 2013 § 2 commenti

3new-2Passano le stagioni e i maglioni sono sempre quelli. Anche l’auto, con i suoi interni in similpelle, che ogni anno si aprono le cuciture e ci metto un pezzo di nastro adesivo di stoffa. La tinta non è proprio quella, ma c’è di peggio nella vita.
La casa, la mia casa, come dice Antonio che vive a Genova, sa di chiuso e di muffa. E poi non c’è nemmeno il mare. Pazienza.
Nella stanza che fa da salotto il caminetto è perennemente spento. C’è odore di fuliggine che ti graffia la gola. In cantina le bottiglie di vino hanno le etichette scollate. Il giardino è il regno delle ombre: erba alta un metro copre il manto verde soffocato dall’indifferenza. E’ come l’olio per il motore delle auto: quattrostagioni, pare sempre autunno. Autunno inoltrato. Una scopa caduta e un paio di stivali verdi piegati in due sono le uniche presenze umane.
Mi alzo dal tavolo fissando le tende bianche e immagino i bestioni che schiacciano la strada poco lontano, uno dietro l’altro e sogno una ferrovia che non c’è.
Pago il pranzo e il caffè. Nemmeno uno sguardo alla cameriera dietro al banco che mi offre una generosa scollatura.
Esco e rientro nel mondo che si muove. Cerco il biglietto nella tasca della mia giacca blu e appena lo sento sto già meglio. Guardo la mia auto e ora mi pare ancora più sbiadita. Il sole è nascosto da una nube grigia, il vento solleva polvere e una carta di un gelato alla frutta. A un paio di passi un uomo è seduto sulla panchina. Lo guardo tossire ripetutamente. Vorrei battergli la schiena ma mi fermo. Ho altro da fare.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 1

4 novembre 2013 § 2 commenti

caffeSeduto al tavolo di questa trattoria mi perdo nel nero del caffè. Ho messo lo zucchero? Di canna, ovviamente. Non lo so… Giro il cucchiaino meccanicamente e poi, lentamente, sorseggio. Alzo gli occhi e guardo la finestra, anzi guardo le tende bianche che mi chiudono dal mondo che sta fuori e gira anche senza di me. Non so che cosa farò fra pochi minuti e questo mi mette ansia. Continuo a estrarre il biglietto dalla tasca della mia giacca blu: sola andata. Un viaggio lungo. Sono le due del pomeriggio. Fra mezz’ora dovrei rientrare in ufficio, lavorare ancora un paio d’ore e poi a casa. Una carezza al cane, una doccia, poi cena. Cena? Chiamarla cena è un atto di viltà. Dopo ancora in auto per dieci minuti, da lei, a casa sua. Milena. Milena, dieci anni con Milena. Dieci anni che vado da lei, un bacio e poi sul divano a fissare la tv. Un programma vale l’altro, oramai sono vaccinato e sopporto tutto. Ogni tanto vedo anche loro, i quasi suoceri. Di solito deambulano a letto prima che io arrivi. Ci vanno per la tv, ovviamente. Non riesco a immaginare altro. La domenica sì che li vedo. La domenica si pranza da Milena, coi “suoi”. Si rimane seduti fino al fatidico: “Incomincia!” che a turno ci prendiamo la libertà di annunciare. Sì, la partita ci vede tutti insieme davanti alla tv. E poi d’inverno fa sempre buio troppo presto.

(continua)

Scrivere…

3 novembre 2013 § Lascia un commento

Scrivere.001

Si crea…

2 novembre 2013 § Lascia un commento

Si crea...

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