Un caffè senza zucchero – 23

22 luglio 2014 § Lascia un commento

come-fare-il-caffe-shakerato-con-il-bimby-bigLa stanza che mi hanno offerto è spaziosa ed è al piano terra, con un’ampia porta-finestra che dà sul retro della casa. La apro e un dolce profumo d’erba mi invita a respirare. E’ buio e non ci sono luci artificiali che sporcano la notte. Davanti a me campi coltivati frammezzati a prati incolti: sono nascosti dalla luna che non c’è. Un mare di stelle illumina la mia notte. Mi siedo sullo sdraio e ammiro quello spettacolo: niente male per un viandante come me. Ecco: da barbone sono diventato viandante e questo mi piace. Di nuovo c’è che viaggio e il viandante altro non è che un barbone in movimento.
Sono stanco ma non ho sonno. Come si fa a dormire in una notte come questa? Mi alzo e mi immergo dentro il sentiero che mi trovo davanti. Stanotte voglio camminare e respirare la campagna addormentata. Avanzo senza una meta, sfiorando alberi maestosi che nella penombra paiono spettri pietrificati. Non conosco i rumori della notte ma mi ci abituo subito.
Com’è strana la notte! Tutto appare diverso, un altro mondo rispetto alla luce del giorno. Sento rumori di un animale e mi fermo. Attendo trattenendo il respiro e me lo ritrovo accanto, prima ancora che capisca che è Ricky. Si fa accarezzare in silenzio.
– Anche a te piace la notte, vedo.
Mi giro di scatto e lo vedo: è il padrone di casa.
– Sì… Direi di sì… – biascico.
– Non temere, non ti seguivo: ci piace camminare la notte a me e a Ricky… Dai, vieni che ti facciamo vedere il nostro piccolo segreto.
Camminiamo per una mezz’ora e saliamo un leggero avvallamento. Sta albeggiando e la notte scivola via davanti ai nostri occhi.
– Sali dietro a me – mi esorta e lo seguo arrampicandomi a un albero con i rami che paiono piegati apposta per noi. Fatico ma ce la faccio, col suo aiuto.
– E’ da quando ero bambino…
– Su, non cercare scuse… Dai che siamo arrivati!
Ci sediamo con le gambe penzolanti ed è allora che scopro il segreto: l’alba risveglia il paesaggio e davanti a noi la sua cascina prende forma. E’ lontana eppure la visione è nitida.
– Ecco – dice – io vengo qui e guardo… Guardo la mia casa, guardo la mia vita… E’ come sdoppiarsi, come uscire dal proprio corpo e osservare laggiù quello che faccio… Alle volte me ne sto qui per ore e osservo la mia donna mentre si muove e mi vedo accanto a lei. E’ il mio modo di capire chi sono… Lo faccio da sempre, da quando ero bambino.
Un brivido mi corre lungo la schiena. Non so che dire di fronte alle sue parole. Non ci avrei scommesso nulla e invece quell’uomo mi ha sorpreso.
Accolgo il suo invito e mi perdo nel mio mondo di ragazzo e ricordo che allora anch’io avevo un albero tutto mio che ogni giorno mi aspettava. Arrivavo da scuola e correvo via in mezzo alla campagna fino al bosco accanto al torrente dove c’era il mio albero. Mi arrampicavo e stavo lassù a guardarmi attorno: uccelli in volo, nuvole, cielo, altri alberi… Anch’io diventavo parte di quel mondo, anch’io respiravo l’aria del bosco. Me ne stavo lì fermo e non capivo perché mi attirasse in quel modo. Eppure ci andavo ogni giorno. Ci andavo senza sapere perché. Mi piaceva. Era un rito: una lunga corsa, la salita e poi il silenzio. Da lassù tutto pareva diverso: un’altra visuale del mondo, un altro mondo possibile, un altro mondo parallelo.
Poi discendevo e rientravo lentamente nel mondo di sempre e ritornando casa mi giravo e guardavo l’albero e sentivo che lassù tutto era diverso.
Penso a quel ragazzino che saliva sull’albero. Forse ora è lassù che mi guarda.
(continua)

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