Un caffè senza zucchero – 14

31 maggio 2014 § Lascia un commento

images-2Passo davanti a quella porta e sento che una mano si appoggia sulla mia spalla e dolcemente mi tira a sé.
– Fratello entra… Entra pure. C’è posto anche per te – la voce è calda e decisa, come il suo sorriso. La mano è ferma e pare una carezza.
Rimango in silenzio, nell’attesa della sua prossima mossa. Fisso i suoi occhi e lo seguo. Il suo magnetismo mi conquista e mi sento attirato da qualcosa a cui non oppongo resistenza.
Mi ritrovo in una sala, una mensa assiepata di persone che mangiano.
– Ecco tieni pure e accomodati – mi dice una voce femminile porgendomi il piatto.
Lo prendo e mi siedo nel primo posto libero che trovo. Sono in mezzo a dei mendicanti. Chissà che aspetto ho se mi ha paragonato a loro. Chissà, forse sono anch’io un mendicante.
Un mendicante è qualcuno che chiede cibo, soldi, una coperta… Anch’io chiedo qualcosa, dopotutto.
Sono anche un senza-casa, un homeless… Anche un viandante…
Strano, ma mi sembra così naturale essere qui. Un senso di benessere mi ha avvolto appena quell’uomo mi ha guardato e mi ha parlato: magnetismo? Sì, certo. Alle volte mi è capitato di incontrare persone così, ma mi sono trattenuto, sono fuggito. Ora invece sono qui perché mi sono lasciato portare.
Nessuno parla. Il solo rumore è quello delle posate che toccano il piatto o il sussurro di qualcuno che chiede di passargli il pane. Un silenzio carico di significato che non so spiegarmi. Lo sento, ma non so dargli un nome.
Passo al formaggio che mastico lentamente guardandomi in giro. Tutti sono assorti nel loro essere lì, chiusi in un guscio invisibile.
L’uomo ora si è alzato in piedi e parla: – Chi di voi si ferma a dormire?
Qualcuno alza la mano. Lui conta e con mia sorpresa vedo che conta anche me: ho il braccio alzato e non me ne sono accorto.
Ci accompagna al piano di sopra e ci assegna le brande augurando la buonanotte.
Appoggio il mio zainetto, tolgo il giubbotto e le scarpe e mi distendo.
Mi sento leggero.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 13

28 maggio 2014 § Lascia un commento

tazza-fumanteCammino per le vie illuminate della città che mi ospita. Sono straniero a queste pietre, e tutto questo mi rallegra. Mi fermo davanti a un negozio di abbigliamento casual e mi specchio sulla vetrina. Non sono un grande spettacolo: è ora di cambiare qualcosa. Mi fiondo dentro per qualche acquisto mirato, qualcosa di facile da trasportare e da lavare: un paio di jeans, anzi due e butto i pantaloni che ho addosso, due magliette e un giubbino e un paio di scarpe comode. Colori neutri, senza grandi pretese. Qualcosa di intimo, calzetti e un cappello con frontino. Poco più in là addocchio uno zainetto, non troppo grande. Sarà il mio compagno di viaggio. Voglio portare poche cose, l’essenziale. Esco e mi infilo in un negozio dove recupero un sapone, quanto serve per la barba, altre cose. Sempre l’essenziale, non voglio pesi inutili. Ho riempito la mia casa di pesi inutili, di cose che non mi servono e che non mi serviranno mai, acquistate più per compiacere che per piacere.
Ho riempito anche la mia vita di cose inutili che mi hanno appesantito. Cammino col mio zainetto sulle spalle alla ricerca di un lavasecco. Butto l’occhio dentro e la vedo appesa. Mi avvicino e sorrido: una piccola mongolfiera rossa con la cesta e l’omino che mi guarda con un binocolo, appesa al soffitto di un negozio di giocattoli. Sono fermo, impalato, e sorrido come un ebete. La mongolfiera rossa, la cesta e l’omino col binocolo.
E capisco. Capisco perché la mia mongolfiera non si è mai staccata da terra, perché non ha mai preso il volo.
Chiudo gli occhi, mi giro e me ne vado. Sulle spalle lo zainetto. Lo faccio sobbalzare per sentirne il peso. Il mio zainetto è la mia mongolfiera e si sta staccando da terra, finalmente. Finalmente si sta staccando da terra. Ora che non ha più zavorre che la tengono prigioniera.
Ora posso alzarmi e volare.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 12

23 maggio 2014 § Lascia un commento

imagesCi sono certi luoghi dove il tempo è una variabile indipendente, una cosa a sé, una malinconia che vive accanto a noi e che si fotte dei nostri pensieri.
Avevo un cane quando ero un bambino. Era la mia ombra. Giocavamo insieme tutto il giorno. Non l’ho mai visto dormire quando era con me. Non sprecava un solo attimo nemmeno a sonnecchiare. Mi capitava addosso e col muso mi solleticava ad entrare nel suo mondo. Andavamo spesso a correre sui prati che si perdevano dietro casa mia ed era lui che portava me alla scoperta dell’ignoto, in mezzo al bosco dei castagni, lungo l’argine del torrente. Volavamo sui prati rincorrendo le nostre grida. E lui mi precedeva sempre finché stremato crollavo e lo chiamavo a me. E lui spariva dalla mia vista e poco dopo mi zompava addosso alle spalle e si divertiva a tirarmi per la maglia o per i pantaloni. Quel cane era il mio amico. Con lui il tempo non era tempo, con lui tutto diventava altro e la magia era l’unica parola che poteva descrivere la nostra vita insieme. Poi è morto. Improvvisamente è morto. Mi ricordo che trattenni le lacrime per dimostrare al mondo che ero grande e che non avrei pianto per un cane.
Ora che il tempo non mi interessa, quella sensazione è ricomparsa e si è impossessata di me. Forse è semplicemente uscita e si vendica di quelle lacrime che non ho versato. Ora che di tempo ne ho, non riesco a trattenere il mio pianto. Mi ricordo di aver letto che il pozzo delle lacrime è sempre pieno d’acqua… Posso dire che è vero… Quel cane compagno di giochi è ancora con me.
Ora mi maledico, maledico il dolore che ho nascosto e la memoria che non ho onorato. Maledico la mia stupidaggine, perché quel cane è stato per me più di un cane, più di un compagno di giochi. Quel cane è stato la parte più bella di me, quella che ho nascosto per troppo tempo.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 11

18 maggio 2014 § Lascia un commento

Caffè-3-4-tazzine-proteggono-dai-tumoriEntro e mi accoglie l’oste: un uomo con i capelli lunghi grigi, spettinati e radi e i baffi che scendono fino al mento.
– Buongiorno – dico e lui mi saluta con un gesto del capo e mi indica un tavolo nella sala. Mi siedo che ancora non so se parla o meno.
Mi guardo in giro e rimurgino. La sala è vuota a parte me, immersa nel silenzio, eppure mi sembra di sentire una voce lontana, fuori campo, come quella del narratore che accompagna le immagini di un vecchio documentario. Cerco di pensare ad altro, ma alla fine vince lei e allora la lascio fare. Non mi resta altro che ascoltare.
Ci sono certi posti che quando ti ci trovi hai la sensazione che il tempo si sia fermato. Se non fosse che alla parete è appeso un calendario recente, avresti la certezza di aver attraversato un buco temporale. Tutto pare fermo a trenta, forse quarant’anni prima. Anche l’uomo dietro il banco, anche gli odori che provengono dalla cucina, anche lo scarico della turca, macchiato di ruggine, che non funziona o i prodotti detergenti dimenticati in un angolo. I tavoli, le tovaglie, la disposizione delle posate, incorniciano una trattoria di paese che non dovrebbe esistere più perché è scomparsa dal nostro immaginario collettivo.
Persino i suoni della tv che trapassano le porte vetrate, richiamano immagini in bianco e nero.
E anche tu ti calmi e ti adatti ai ritmi sonnolenti del luogo. Il respiro si placa e la furia della mente scompare, lasciando posto a un sorriso rilassato.
Senti rumori che altrove ti sarebbero indifferenti. Te ne stai seduto da solo in mezzo alla sala da trentasei coperti e non te ne vorresti andare.
Fuori il sole scalda il primo pomeriggio e le lancette dell’orologio scivolano verso destra.
E ti chiedi chi sei diventato e perché hai dimenticato.
– Dica… – la voce roca mi richiama alla realtà e ha una forma umanoide attaccata a una penna e a un bloc notes.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 10

13 maggio 2014 § Lascia un commento

images-4Scendo le scale senza guardare quelli che parlano sul pianerottolo. Mi sento leggero, oserei dire felice. Sì, felice è la parola corretta.La città mi accoglie col sorriso di un bimbo sul passeggino. Incrocio lo sguardo della mamma e saluto. Sento un peso strano in tasca: rovisto e mi ritrovo il cellulare. E’ spento da ieri. L’ultima volta che l’ho usato, ho inviato un sms a Milena. E chissà quante volte mi ha cercato. Trovo una panchina e mi siedo. Il sole del mezzogiorno scalda il mio viso e mi rilassa. Chiudo gli occhi e me resto immobile per un po’. Non ho nulla da fare se non starmene qui.
Alla fine mi decido e lo accendo. Aspetto alcuni istanti che l’apparecchio carichi il programma. E’ di nuovo vivo e sento i bip dei messaggi. Me ne frego. L’unico mio pensiero è Milena e allora digito: “Ciao Milena. Dove sono sto bene. Non cercarmi più”. Lo invio subito, prima di pentirmi. Controllo bene che sia inviato e poi spengo. Ecco fatto, tutto sistemato. Rimetto il cellulare in tasca e mi allungo, godendomi ancora il tepore del sole. Sorrido. La sensazione è unica: un misto di felicità e di leggerezza.
Mi alzo e cammino lentamente lungo il vialetto alberato. La sensazione di leggerezza continua a farmi compagnia. Cammino in mezzo alle persone e mi sento solo, beatamente solo. Non ho programmi né mete da raggiungere, niente ansie oppure orologi che girano vorticosamente. Sorrido e mi accorgo che anche le persone che incontrano il mio sguardo mi sorridono.
Cammino e cammino. Il quartiere è ora cambiato: non è più città ma un sobborgo. Pare un paese ed è fuori luogo qui a due passi dalla città . Vecchie case addossate una sull’altra con androni che si aprono e che svelano vecchi cortili abbandonati. Finestre chiuse con inferriate arrugginite e manifesti sbiaditi e strappati di un circo che forse non esiste più. Il circo: una volta ci sono stato e mi ricordo dei cavalli bianchi con le bordature rosse. Eleganti e precisi nei movimenti. E mi ricordo della loro disinvoltura nel cagare lì in mezzo alla pista fra un numero e l’altro.
– E’ proprio vero che al culo non si comanda! – dico a mezza voce.
Poi alzo lo sguardo e vedo l’insegna: “trattoria alla lanterna”. Sì, ho fame. I cavalli mi fanno questo effetto.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 9

9 maggio 2014 § Lascia un commento

tazza-di-caffe-psd-materiale-stratificato_35-42434Apro gli occhi e lentamente mi abituo alla penombra. Sono immobile e richiudo gli occhi. Ascolto e sorrido. Un cane abbaia, rumori di auto e di gente che parla, forse sono i vicini. Sento un bisbiglio che mi culla e che mi tiene incollato al letto. Ancora il cane che abbaia lontano. Sono rumori di vita, rumori normali di un giorno normale. Normale per tutti, ma non per me. Penso a dove dovrei essere e capisco perché non è normale per me. Ancora il cane che abbaia, ancora parole di gente sulle scale. Ancora suoni di un giorno normale.
Ho ancora gli occhi chiusi e allungo il braccio: Adina non c’è. Stanotte abbiamo parlato, anzi ho parlato di me, della mia vita, di Milena, di noi due. Ho parlato per ore dicendo cose che non credevo di riuscire a dire, che non sapevo di avere, che non credevo possibile. Alla fine Adina si è addormentata: era l’alba.
Sento rumori di là. Annuso: profumo di caffè? Sì, è caffè. I passi si avvicinano e sorrido.
– Caffè?
Sorrido e apro gli occhi, lentamente: – Sì, certo.
Lei è lì, accanto a me, seduta sul letto che mi porge la tazzina. Mi tiro su, lentamente e la prendo. Sorrido e penso ad Adina che è bella e chissà che faceva in Romania. Stanotte non le ho chiesto nulla di lei, non so nulla di lei. Eppure sono sdraiato sul suo letto e bevo il suo caffè. Vite sconosciute che si incontrano e si incollano per pochi attimi. Fossi rimasto dov’ero non l’avrei conosciuta. Le sorrido: – Molto buono.
– Grazie – anche lei sorride.
Ora la guardo meglio: veste solo con un accappatoio bianco e un asciugamano avvolto in testa. E sorride.
– Ho parlato un sacco stanotte…
– Sì, e mi spiace di essermi addormentata!
– Fa nulla, era l’alba…
– Ma mi è piaciuto… Non capita, sai?
– Cosa?
– Di parlare così a lungo senza…
– Senza…
– Sì…
Ci guardiamo negli occhi e non parliamo. Capisco che devo andarmene ma va bene così. Sono felice di averla conosciuta. Sono felice di questa giornata normale. Mi faccio forza e mi alzo, recupero i miei vestiti. Adina è andata di là. Chiudo gli occhi e risento il cane cha abbaia.
Fuori è un giorno normale.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 8

5 maggio 2014 § Lascia un commento

13481500-tazza-di-caffeMi sono appisolato. Non so da quando, mi ero perso nei miei pensieri e ora tutto è buio. Cerco l’orologio e non lo trovo. Strano. Potrei vedere l’ora nel cellulare ma è spento e non voglio riaccenderlo. Rischierei di trovare messaggi e chiamate. E non voglio cadere in tentazione. No, lui rimane spento e io rimango acceso.
Stiamo entrando una stazione, lentamente. Non ho letto quale, ma poco importa. Pare una stazione né piccola né grande, una stazione così così. Non importa, tanto ho deciso di scendere. Attendo lo sfiato delle porte e poi mi infilo nel buio della stazione vuota, prendo un’uscita secondaria ed entro nella città.
E’ sempre uno spettacolo arrivare in città scendendo direttamente dal treno. E’ come entrare in scena a teatro: sfili una tenda e ti ritrovi in mezzo al mondo. Sì, è come entrare in scena. E io sono il protagonista. Vado di fantasia e immagino un uomo che viaggia sempre in treno, che non conosce altro che il treno. Fantastico sulla sua visione del mondo: forse gli appare come una rotaia infinita che trafigge il cuore delle città scordandosi delle periferie. Sì, il treno è il mezzo di locomozione usato dagli uomini liberi, da coloro che non hanno bisogno né di auto né di altre cianfrusaglie.
Gli uomini liberi… Liberi. Libertà. Una parola strana che mi fa uno strano effetto. E io sono un uomo libero? Libero da che, da che cosa?
Mi guardo in giro e la vedo. Mi sorride: – Ciao, che fai?
– Sono appena sceso dal treno…
– Allora sei venuto per me!
– Sì… Credo di sì… – è la mia bocca che parla, non io. La guardo. E’ bella, due occhi neri e un sorriso che ti fa dire di sì.
– Va bene… Sì, va bene… – le sorrido.
– A casa mia, allora. Stasera finisco con te.
– Mi tieni a dormire?
– Certo, perché no? – mi sorride e mi convinco che sono sceso per lei, anche se non lo sapevo.
Una prostituta. Una puttana. Una donna di strada. Cammino al suo fianco e sorrido.
– Mi chiamo Adina… – sorride e capisco che è straniera. L’accento è impercettibile.
– Rumena?
– Sì.
– E’ un nome bello… Come te… – sorride mentre mi giro dall’altra parte. Sono emozionato.
Saliamo in casa, al terzo piano. Appena dentro le do quello che vuole e poi le chiedo se posso farmi una doccia. Ancora lei non lo sa, ma non voglio il suo corpo. Stanotte non voglio sesso. Stanotte voglio che Adina mi ascolti, che ascolti un perfetto sconosciuto che appena sceso dal treno ha incontrato il suo sorriso. Non le chiedo altro: solo che mi ascolti.
(continua)

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