Un caffè senza zucchero – 25

13 agosto 2014 § Lascia un commento

wallpaper-2905876Guardo il mare. Sono qui da quanto? Ho perso il tempo. Guardo il mare. E’ così che si dice, no?
Esci dagli schemi! – mi diceva la mia prof di italiano: – Vai oltre, non fermarti alle apparenze – rincarava.
– “Esci dagli schemi!”
Esco e capisco. Sì, capisco: non sono io che guardo il mare, ma è il mare che guarda me. Il mare guarda me. Quante volte diciamo: – Mi piace guardare il mare – in realtà si dovrebbe dire: – Mi piace essere guardato dal mare!
Sì, credo sia più corretto dire così. Dopotutto ci piace essere guardati da chi ci viene incontro con le onde e poi si ritira nel suo riflusso, poi ritorna vicino e se ne va via ancora… Moto ondoso, lo chiamano. Viene e va, viene e va, viene e va. Come uno yo-yo che non smette.
Ti dà certezza e fiducia perché non si ferma mai. Puoi girarti e sai che lui continua. Puoi andartene, ma quando torni, sai di ritrovartelo ancora in movimento. Fa sempre quello per cui è nato.
Non riesco a immaginare il mare fermo, senza le onde. Non sarebbe più il mare.
Mi guardo in giro, e mi sento a casa in questo pomeriggio di mezza stagione.
Posto inusuale, giorno inusuale, ora inusuale: perfetto per me che in tutta la mia vita in un giorno come questo, in un’ora come questa, sono sempre stato altrove ma non qui. Perfetto: non è altrove, ma è qui che vorrei essere. Guardo una nuvola e mi sembra il profilo della mia prof di italiano. Che belle le nuvole! Le guardi e ci vedi quello che vuoi, si plasmano al desiderio dei tuoi pensieri.
Perfetto: ora sono fuori dagli schemi.
(continua)

Annunci

Un caffè senza zucchero – 23

22 luglio 2014 § Lascia un commento

come-fare-il-caffe-shakerato-con-il-bimby-bigLa stanza che mi hanno offerto è spaziosa ed è al piano terra, con un’ampia porta-finestra che dà sul retro della casa. La apro e un dolce profumo d’erba mi invita a respirare. E’ buio e non ci sono luci artificiali che sporcano la notte. Davanti a me campi coltivati frammezzati a prati incolti: sono nascosti dalla luna che non c’è. Un mare di stelle illumina la mia notte. Mi siedo sullo sdraio e ammiro quello spettacolo: niente male per un viandante come me. Ecco: da barbone sono diventato viandante e questo mi piace. Di nuovo c’è che viaggio e il viandante altro non è che un barbone in movimento.
Sono stanco ma non ho sonno. Come si fa a dormire in una notte come questa? Mi alzo e mi immergo dentro il sentiero che mi trovo davanti. Stanotte voglio camminare e respirare la campagna addormentata. Avanzo senza una meta, sfiorando alberi maestosi che nella penombra paiono spettri pietrificati. Non conosco i rumori della notte ma mi ci abituo subito.
Com’è strana la notte! Tutto appare diverso, un altro mondo rispetto alla luce del giorno. Sento rumori di un animale e mi fermo. Attendo trattenendo il respiro e me lo ritrovo accanto, prima ancora che capisca che è Ricky. Si fa accarezzare in silenzio.
– Anche a te piace la notte, vedo.
Mi giro di scatto e lo vedo: è il padrone di casa.
– Sì… Direi di sì… – biascico.
– Non temere, non ti seguivo: ci piace camminare la notte a me e a Ricky… Dai, vieni che ti facciamo vedere il nostro piccolo segreto.
Camminiamo per una mezz’ora e saliamo un leggero avvallamento. Sta albeggiando e la notte scivola via davanti ai nostri occhi.
– Sali dietro a me – mi esorta e lo seguo arrampicandomi a un albero con i rami che paiono piegati apposta per noi. Fatico ma ce la faccio, col suo aiuto.
– E’ da quando ero bambino…
– Su, non cercare scuse… Dai che siamo arrivati!
Ci sediamo con le gambe penzolanti ed è allora che scopro il segreto: l’alba risveglia il paesaggio e davanti a noi la sua cascina prende forma. E’ lontana eppure la visione è nitida.
– Ecco – dice – io vengo qui e guardo… Guardo la mia casa, guardo la mia vita… E’ come sdoppiarsi, come uscire dal proprio corpo e osservare laggiù quello che faccio… Alle volte me ne sto qui per ore e osservo la mia donna mentre si muove e mi vedo accanto a lei. E’ il mio modo di capire chi sono… Lo faccio da sempre, da quando ero bambino.
Un brivido mi corre lungo la schiena. Non so che dire di fronte alle sue parole. Non ci avrei scommesso nulla e invece quell’uomo mi ha sorpreso.
Accolgo il suo invito e mi perdo nel mio mondo di ragazzo e ricordo che allora anch’io avevo un albero tutto mio che ogni giorno mi aspettava. Arrivavo da scuola e correvo via in mezzo alla campagna fino al bosco accanto al torrente dove c’era il mio albero. Mi arrampicavo e stavo lassù a guardarmi attorno: uccelli in volo, nuvole, cielo, altri alberi… Anch’io diventavo parte di quel mondo, anch’io respiravo l’aria del bosco. Me ne stavo lì fermo e non capivo perché mi attirasse in quel modo. Eppure ci andavo ogni giorno. Ci andavo senza sapere perché. Mi piaceva. Era un rito: una lunga corsa, la salita e poi il silenzio. Da lassù tutto pareva diverso: un’altra visuale del mondo, un altro mondo possibile, un altro mondo parallelo.
Poi discendevo e rientravo lentamente nel mondo di sempre e ritornando casa mi giravo e guardavo l’albero e sentivo che lassù tutto era diverso.
Penso a quel ragazzino che saliva sull’albero. Forse ora è lassù che mi guarda.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 22

12 luglio 2014 § Lascia un commento

illyquore_illy-freddo_h560Sono ore che spacco legna con l’accetta e ho la schiena a pezzi. Ricky mi guarda da lontano e ogni tanto sonnecchia, forse cullato dal mio ritmo lento e monotono. Non mi ricordo di aver fatto tanta fatica. Forse una volta quando ho aiutato Luca a traslocare. Una faticaccia. Anche questa è una faticaccia, ma è piacevole. Sono felice qui a casa di sconosciuti, faticare e sudare per un pasto e una notte al caldo. La signora si è preoccupata un paio di volte di dirmi di riposarmi “che tanto non ci corre dietro nessuno!”. Ma io lo faccio per diletto. Potevo tirare via dritto e cercare una locanda, ma il piacere di toccare un’altra mia vita è impareggiabile. Guadagnarmi con la fatica il diritto di sedere a tavola con chi mi ha dato fiducia guardandomi in faccia, mi soddisfa.
Ehi ragazzo, ora basta. Vieni, è pronta la cena – l’uomo mi chiama e sorride, sfidandomi – Non ci avrei scommesso una birra prima che ti saresti fermato a lavorare, e poi che avresti tenuto il ritmo!
Lo guardo e so che dice la verità.
Nemmeno io, nemmeno io – aggiungo mentre mi lavo le mani.
A tavola scopro che sono persone gioviali e non mi fanno le solite domande se non: – Dove sei diretto?
Mastico lentamente e rispondo: – Al mare. Cerco il mare.
E ci vai a piedi?
Sì, non ho altro.
Se vuoi, ti ci porto io con l’auto.
No, grazie. Preferisco camminare – rispondo senza pensare e la cosa mi piace. Solo pochi giorni fa non ci avrei pensato per nulla a muovermi sulle mie gambe.
La cena è abbondante, anche troppo, e il vino non manca. Poi chiedo: – Signora, posso usare la sua lavatrice?
Nemmeno per sogno, ragazzo – chiosa e sorride – quella è mia e la tocco solo io! – mi guarda e sorride ancora – dammi la tua roba che ci penso io.
Non aggiungo altro. Vorrei dirlo, ma mi trattengo: sono stato fortunato.
Approfitto e mi faccio una doccia lunga e calda. E penso a Serena e ai suoi occhi. Il mare, mi ricordano il mare. Chissà poi perché il mare. Cos’ha che attrae il mare? Quando cerchi te stesso, il mare è lì per te. Ti ascolta e si lascia guardare e un senso di infinito ti penetra dentro prima che tu te ne accorga. Ti ritrovi avvolto dal ritmo delle sue onde e perso sul filo dell’orizzonte. Il mare ti dà quello che la terra non può darti e che tu non possiederai mai. Ti regala la nostalgia di un luogo che è sempre al di là di ogni cosa. Il mare culla i tuoi pensieri, li chiama a sé, li accarezza e poi te li rende, lasciandoti nel vuoto. Forse il mare è la madre dei nostri dubbi, la mano dove appoggiare la nostra anima e lasciarla dondolare.
Esco dalla doccia e mi avvolgo in un telo bianco che pare una vela. Rimango seduto e accartocciato come una crisalide avvolta nel suo bozzolo. Lì, al buio, ricompaiono nitidi gli occhi di Serena.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 21

10 luglio 2014 § 4 commenti

espressoLa strada taglia la campagna e io sono solo in mezzo al mondo. Sento ancora più pungente il profumo del mare. Davanti a me c’è la meraviglia azzurra e io ci sto andando. Anche gli uomini hanno capito quello che voglio: nemmeno un’automobile né un maledetto camion che impuzzi l’aria. Pare un’altra vita. Cammino e sorrido, cammino e mi guardo in giro e sorrido ancora.
Il pendio è leggero e sta planando dritto davanti a me. Io col mio zaino-mongolfiera, portato da una leggera brezza, volo verso ovest attirato dalla voglia di vivere. Sopra di me uno stormo di uccelli sta disegnando geroglifici in un cielo che ospita alcuni fantasmi di nuvole bianche.
Cammino e sono felice. Ho lasciato la città alle mie spalle, il treno e gli uomini. Davanti a me una cascina, casa con fienile e un sacco di cose sparse in giro, segni di una vita senza barriere né obblighi. Fra quel mucchio scorgo due pali storti che reggono i fili della biancheria stesa che si muove delicatamente al vento. Di lato un uomo che armeggia accanto a un mucchio di legna, un cane mi guarda e corre verso di me. Lo accolgo con una carezza e mi dirigo verso l’uomo.
– Buongiorno.
– Salve a te.
– Se la vuole tutta per sé quella legna o le serve una mano?
– Certo che no. Che vuoi in cambio?
– Un pasto e la possibilità di lavare i miei vestiti.
Mi guarda, anzi mi scruta fin dentro in un silenzio mosso dallo scodinzolare del cane.
Poi parla: – Io mi fido di Ricky. Se vai bene a lui, vai bene anche a me. Un giorno di lavoro, pasto, pernottamento e lavaggio biancheria.
– Va bene.
– Lucia – chiama – abbiamo un ospite.
Ricky è accovacciato ai miei piedi e mi guarda scodinzolando. Mi abbasso e lo accarezzo: il minimo per la sua accoglienza.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 20

26 giugno 2014 § Lascia un commento

24849736_perversioni-in-tazzina-il-caff-metafora-dell-italiano-rompiballe-0.pngMi sveglio mentre il mondo attorno a me è già in movimento. Apro gli occhi e non mi muovo: voglio vedere lo spettacolo che mi circonda. Sono immobile come una pianta, come un cespuglio che nessuno nota. Persone a piedi, indaffarate, disegnano linee rette davanti al mio orizzonte. Un barbone. Sì, mi sento un barbone e lo trovo bello, me lo sento addosso.
Oggi non ho doveri né impegni, né appuntamenti. Il mio unico daffare è decidere che cosa fare. Mi alzo e raccolgo lo zaino e lentamente mi dirigo verso la stazione. Ho bisogno di un bagno, voglio rinfrescarmi. Il sole mi scalda l’anima mentre incrocio lo sguardo di quelli che mi sfiorano, persi nel loro vicino futuro, forse programmato da qualcun altro.Li guardo: paiono automi con gambe sforbicianti e braccia penzolanti, con un enorme orologio al posto del viso, scandito in un moto perpetuo dal ticchettio delle lancette che scorrono incessantemente e che un giorno, improvvisamente, si fermeranno senza più ripartire.
Orologi, orologi, orologi. L’uomo ha tentato invano di imprigionare il tempo, ma è una lotta persa in partenza: come ingabbiare il vento o riempire una cesta d’acqua.
Sorrido perché sono felice. I bagni della stazione sono puliti e profumati di buon mattino, e questo è già un miracolo. Me ne esco e dirigo verso il bar.
– Un caffé, per favore – la ragazza mi guarda con sospetto. Prendo la moneta e la appoggio sul banco. Tanto basta per rassicurarla e vederla armeggiare alla macchina.
– Strano – mi chiedo – solo pochi giorni fa una scena così non l’avrei immaginata con me stesso come protagonista. Già, pochi giorni. Allungo il braccio e sentenzio: – Me ne tenga due, per favore.
– Ne vuole un altro?
– No. Quell’altro lo offra lei a qualcuno che non può permetterselo, per cortesia.
Mi guarda seria, poi sorride impacciata.
– Veramente – aggiungo ed esco.
– Grazie – sento dire ma non mi giro. Cammino e rifletto su quanto poco basta per sorprendere il prossimo.
Cammino mentre l’aria accarezza i miei capelli. Respiro profondamente e risento il profumo del mare. Sì, questa è la direzione giusta. Un autobus compare e sfiora la mia ombra, ma io vado a piedi.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 19

20 giugno 2014 § Lascia un commento

images-4Il silenzio mi sveglia. Strano ma è così. Mi guardo in giro stralunato: non so quanto ho dormito. E’ notte e il treno sta sfrecciando coperto dal buio, come un fantasma di ferro prigioniero delle sue rotaie. Mi rilasso mentre tutto rallenta e si adagia dentro una stazione che mi riporta a qualcosa di familiare. Cerco di ricordare ma invano. Chiudo gli occhi e sento un lieve profumo di mare. Ecco! Quel nome ha a che fare col mare! Scatto in piedi, prendo lo zaino, il giubbino e mi precipito alla porta, aspetto il klag e la apro, catapultandomi sulla banchina. Lascio la stazione e nel mentre realizzo che è buio, buio pesto, notte fonda. Mi fermo e chiudo ancora gli occhi e risento quel lieve profumo di mare. Realizzo che per ora è meglio trovare un posto per dormire e al mattino mettersi in cammino. In cammino? Sì, voglio camminare fino al mare anche se non so quanto è distante o, meglio ancora, quanto è vicino: comunque sia ci voglio andare a piedi. Mi sento preda della voglia di camminare, di contare solo sulle mie gambe, di fare una sorta di pellegrinaggio, un piccolo omaggio al dio delle onde.
Intravedo una piccola aiuola con un po’ d’erba e un albero: l’ideale per me. Mi siedo appoggiando la schiena all’albero, sistemo lo zaino di lato e chiudo gli occhi. Sorrido e penso che non ho mai dormito così. Penso ai barboni che lo fanno ogni notte e che dopotutto non è una cosa da barboni… Anzi, forse è una cosa da barboni… E’ che siamo noi che pensiamo sia una cosa brutta, da non fare, ma dopotutto è bello. Che c’è di male? Eppure tutte quelle volte che ho visto un barbone dormire in stazione o sulle panchine o sdraiato sul marciapiedi sono rabbrividito. Ora sono io quel barbone e non ci trovo nulla di che. Riapro gli occhi e guardo il cielo. Il buio mi regala uno spettacolo che avevo dimenticato: le stelle se ne fottono degli uomini che non le guardano e continuano a brillare ogni notte. Brillano per se stesse e forse per chi osa alzare lo sguardo.
Sento dei passi e trattengo il respiro. Vedo un’ombra deambulare claudicante che passa accanto a me e poco dopo scatarra sonoramente. Per questa notte può bastare.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 18

15 giugno 2014 § Lascia un commento

PaCa-tazzinaHo mangiato un panino al bar della stazione. C’è poco da fare: il panino mangiato prima di un viaggio ha un altro sapore. Mangi e pensi al futuro. Ho deciso che è meglio cambiare posto. Mi sono messo davanti al cartellone e ho cercato un nome che mi piacesse e ho comprato il biglietto. Binario 3 fra 21 minuti. Mi alzo e lentamente mi muovo. Non ho fretta. Già, viaggio senza fretta e questo mi fa sentire vivo. Mi guardo in giro e vedo gli studenti con i loro zaini. Anch’io ho lo zaino, anch’io prendo il treno, anch’io voglio imparare qualcosa di nuovo. Mi ricordo quando avevo la loro età. Avessi visto uno come me girare per i binari chissà cosa avrei provato: curiosità? Compassione? Indifferenza? Alla fine decido: un po’ di indifferenza e un po’ di compassione. Quello che oggi evito, forse domani lo vorrò. Forse.
Mi siedo sulla panchina ma subito arriva il treno. Attendo che scendano, poi salgo. Qualcuno arriva, altri partono: lo stesso posto è sia fine che inizio di qualcosa. Prendo posto, sistemo lo zaino e butto lo sguardo fuori dal finestrino. Gente che va. Per un attimo ricordo Adina che mi ha accolto con un sorriso. Sento che il treno si muove e la stazione lentamente scivola via, risucchiando un pezzo della mia vita. Per un attimo penso all’ufficio alle cose che ho lasciato da fare. Non li ho nemmeno avvertiti. Mi pare si chiami “abbandono del posto di lavoro” o qualcosa di simile. E credo preveda il licenziamento. Se vuoi andartene, devi dare il preavviso. Ma come facevo? E chi lo sapeva che sarei salito sull’autobus?
Gli studenti sono scesi alla prima fermata e sono solo nello scompartimento. Il treno è tutto mio. Il rullio costante è un piacere da gustarsi in silenzio mentre il sole entra e scalda il mio viso.
Abbandono del posto di lavoro? Forse. E tutte le volte che ho abbandonato la vita?
(continua)

Dove sono?

Stai esplorando gli archivi per la categoria racconti brevi su idee sulla carta.