Un caffè senza zucchero – 8

5 Maggio 2014 § Lascia un commento

13481500-tazza-di-caffeMi sono appisolato. Non so da quando, mi ero perso nei miei pensieri e ora tutto è buio. Cerco l’orologio e non lo trovo. Strano. Potrei vedere l’ora nel cellulare ma è spento e non voglio riaccenderlo. Rischierei di trovare messaggi e chiamate. E non voglio cadere in tentazione. No, lui rimane spento e io rimango acceso.
Stiamo entrando una stazione, lentamente. Non ho letto quale, ma poco importa. Pare una stazione né piccola né grande, una stazione così così. Non importa, tanto ho deciso di scendere. Attendo lo sfiato delle porte e poi mi infilo nel buio della stazione vuota, prendo un’uscita secondaria ed entro nella città.
E’ sempre uno spettacolo arrivare in città scendendo direttamente dal treno. E’ come entrare in scena a teatro: sfili una tenda e ti ritrovi in mezzo al mondo. Sì, è come entrare in scena. E io sono il protagonista. Vado di fantasia e immagino un uomo che viaggia sempre in treno, che non conosce altro che il treno. Fantastico sulla sua visione del mondo: forse gli appare come una rotaia infinita che trafigge il cuore delle città scordandosi delle periferie. Sì, il treno è il mezzo di locomozione usato dagli uomini liberi, da coloro che non hanno bisogno né di auto né di altre cianfrusaglie.
Gli uomini liberi… Liberi. Libertà. Una parola strana che mi fa uno strano effetto. E io sono un uomo libero? Libero da che, da che cosa?
Mi guardo in giro e la vedo. Mi sorride: – Ciao, che fai?
– Sono appena sceso dal treno…
– Allora sei venuto per me!
– Sì… Credo di sì… – è la mia bocca che parla, non io. La guardo. E’ bella, due occhi neri e un sorriso che ti fa dire di sì.
– Va bene… Sì, va bene… – le sorrido.
– A casa mia, allora. Stasera finisco con te.
– Mi tieni a dormire?
– Certo, perché no? – mi sorride e mi convinco che sono sceso per lei, anche se non lo sapevo.
Una prostituta. Una puttana. Una donna di strada. Cammino al suo fianco e sorrido.
– Mi chiamo Adina… – sorride e capisco che è straniera. L’accento è impercettibile.
– Rumena?
– Sì.
– E’ un nome bello… Come te… – sorride mentre mi giro dall’altra parte. Sono emozionato.
Saliamo in casa, al terzo piano. Appena dentro le do quello che vuole e poi le chiedo se posso farmi una doccia. Ancora lei non lo sa, ma non voglio il suo corpo. Stanotte non voglio sesso. Stanotte voglio che Adina mi ascolti, che ascolti un perfetto sconosciuto che appena sceso dal treno ha incontrato il suo sorriso. Non le chiedo altro: solo che mi ascolti.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 7

30 aprile 2014 § Lascia un commento

images-3Resto lì a guardarla mentre il treno riprende la sua corsa. Qualcuno è salito, altri sono scesi e il mondo nella carrozza è cambiato.Ho voglia di starmene da solo, di scollegarmi da tutto e da tutti: ho bisogno di non pensare. Non pensare. Ogni tanto ci provo e mi riesce così difficile. Ho qualche sprazzo di pace, ma poi nascono domande e pensieri e cose che pensavo non ci fossero più.
Ho mentito a Milena, ma è poca cosa rispetto ad aver mentito a me stesso. Troppo a lungo ho aspettato e ho lasciato le cose come stavano. Ho visto scorrere la mia vita come adesso vedo scorrere la notte dal finestrino del treno. Luci e ombre di una vita non mia.
Alle volte guardavo la mia vita come uno spettatore non pagante. Così credevo. Invece il biglietto l’avevo già pagato, lo stavo pagando. E anche alquanto salato.
Che strano. Viaggio su questo treno da poche ore e mi sembra di vivere in un altro mondo, in un’altra vita.
Ma forse è solo un’illusione. E’ il treno. E’ il treno che ti fa vedere il mondo da un altro punto di vista, che ti fa vedere un mondo che altrove non c’è. E chi ci viaggia subisce questa magia, questa trasposizione e incontra viaggiatori che come lui vivono questa dimensione-altra.
Che strano viaggiare in treno. Stai fermo mentre il mondo si muove. Stai fermo mentre il mondo cambia.
Ecco così è il treno. E ti porta lontano. Sulle sue rotaie di ferro, lineari, perfettamente distanziate, che non s’incontrano mai, dove nulla è lasciato al caso, ma dove tutto può accadere.
Stai fermo mentre il mondo cambia. Ecco quello che è successo a me. Stavo fermo mentre tutto attorno a me cambiava e io non me ne accorgevo. Credevo semplicemente, banalmente, invece che tutto rimanesse immutato, fermo, monolitico. Invece no, invece tutto, con una lentezza impercettibile e costante, mutava irrimediabilmente. Un lento viaggio senza ritorno, uno scivolamento, una deriva della vita che non ti lascia il tempo per accorgerti. Attimo dopo attimo tutto cambiava e io rimanevo aggrappato a un mondo passato, a un ieri dimenticato, come un cartone di pizza vuoto che mostra le macchie di unto. Solo un cartone unto da buttare via.

(continua)

Un caffè senza zucchero – 6

23 aprile 2014 § Lascia un commento

images-2– Fino a un paio di anni fa anch’io ero seduta dalla tua parte…
– Dalla mia parte?
– Sì, anch’io mi sarei guardata come tu fai ora, così, facendomi domande…
– E ora?
– Ora sono da questa parte, vedo le cose più chiaramente… Ho trovato… Be’, ho trovato la mia via…
– E sei felice?
– Direi di sì… Sì, certo: sono felice.
La guardo, ci guardiamo e mi sorride.
– E tu? Che ci fai qui?
– Viaggio… Mi sono preso una pausa…
– Da che cosa? Oppure: da chi?
La guardo ancora e mi lascio andare sulla poltrona.
– Milena, si chiama Milena.
– Capisco…
– Be’, lei è una brava ragazza, dopotutto. Sono io che…
Squilla il mio cellulare. Lo prendo: è lei. Guardo Diana.
– Milena?
– Sì… – spengo il cellulare e sospiro. Mi butto sulla tastiera dimenticandomi di Diana: “Ciao Milena. Stasera sono casa con un forte mal di gola. Mi butto a letto. Tranquilla, ti chiamo domattina. Notte”.
Alzo la testa e vedo che Diana si sta preparando e ha lo zaino a tracolla.
– Io scendo alla prossima. Sono arrivata. Qui è dove sono nata, la mia casa. E’ stato un piacere.
– Sì, anche per me – le stringo la mano forte.
Il treno si ferma e lei scende. La guardo andarsene mentre la gonna nera ondeggia. Sulla schiena la macchia rossa del suo zaino. Chissà che c’è dentro… Chissà che c’è in uno zaino rosso di una ragazza vestita da suora.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 5

18 aprile 2014 § Lascia un commento

tazzina_di_caffèUno scossone e il treno si muove dalla parte opposta che mi ero immaginato. E’ un vagone aperto, tipo corriera, solo un po’ più comodo. Allungo le gambe e mi guardo in giro. Un ragazzo due posti davanti a me, di lato una ragazza, dall’aria una studentessa, un paio di persone nell’angolo che parlano a voce bassa. A parte il sibilo del treno, le loro sono le uniche voci che sento, anzi è un rumore di fondo, un brusio che mi culla e mi rilassa. Chiudo gli occhi e mi lascio rapire da questa nuova sensazione. Accavallo le gambe e decido che un sonnellino è quello che ci vuole.
Mi sveglio e vedo che la carrozza si è riempita. Mi ricompongo e saluto una suora seduta di lato davanti a me. Ricambia il saluto e mi sorride. Una suora. Ma esistono ancora? Mi fa tenerezza e mi chiedo che cosa spinga a fare certe scelte. La guardo mentre legge un libro e divento curioso. Ha dei bei lineamenti, graziosi, non c’è trucco sul suo volto. La corona bianca che nasconde i capelli la rende ancora più bella. Si accorge del mio sguardo e mi sorride.
– Mi chiamo Diana… Oppure suor Angelica, se preferisci…
Il “tu” mi trafigge: – Sì, volentieri… Cioè, piacere…
Ripone il libro e mi guarda.
– Sì, scusa, ti guardavo da un po’…
– Lo so, me ne sono accorta.
– Non volevo disturbarti, scusami.
– Nessun disturbo, figurati. Sono stufa di leggere e mi va di fare quattro chiacchiere.
– Ah, bene, mi fa piacere…
– Perché mi guardavi?
– Be’…
– Sì?
– Sono curioso, molto. Mi chiedevo… Insomma, mi chiedevo…
– Su, animo! Dillo con parole tue! – mi esorta sorridendo.
– Insomma, mi chiedevo che ci fa una ragazza come te dentro quel vestito nero…
– Perché? Non ti piace?
– No, certo che no… Mi chiedevo che ci trovi a fare la suora.
– Bella domanda! Anch’io mi chiedevo tu che ci trovi a fare quello che fai…
(continua)

Un caffè senza zucchero – 4

21 novembre 2013 § Lascia un commento

caffe-2Non voglio, ma a fatica riapro gli occhi. Sento nuovamente i rumori attorno a me. Mi strofino le guance e alzo lo sguardo. Davanti a me una vecchia che mi guarda schifata. Me ne frego. Distendo le gambe e sbadiglio spalancando la bocca senza metterci la mano davanti. La vecchia si gira dall’altra parte.
Me ne sto ancora lì per un po’. Giro, giro, giro. E’ da secoli che non prendo l’autobus e questa parte della città non me la ricordavo così. Un tempo qui c’erano poche case e di là c’erano prati.
Giro ancora e poi scendo vicino alla stazione dei treni. Cavolo, i treni. Da piccolo erano la mia passione. E poi nulla. Nulla. Salgo sul cavalcavia che domina la stazione e mi godo quel tramonto fatto di lame e fili e carrozze che se ne vanno. Ridiscendo e vado alla biglietteria. Biglietteria? Un computer mette alla prova la mia pazienza e alla fine la spunto io. Non ho fretta: io c’ho messo i soldi, lui ha scelto la destinazione. Binario 7, fra 23 minuti.
Una bibita ci vuole. Chinotto, rigorosamente.
Prendo il sottopasso per il binario 7 e poi mi assale il dubbio: non ho nulla da leggere. Mi precipito all’edicola e catturo la mia rivista preferita e poi ci aggiungo un’altra. Pago e me ne torno verso il mio sottopasso per il binario 7. La carrozza è là che mi aspetta.
Stringo le mie riviste e pregusto la lettura comodamente stravaccato sulla poltrona. Sorrido e mi fermo. Faccio un giro su me stesso e sorrido ancora. Vedo il cestino delle immondizie ed è un lampo: le butto e me ne vado.
Salgo i gradini e sul binario 7 c’è il mio treno. Salgo e mi butto a metà vagone, lontano dalle porte, lontano dalla voglia di scendere. Chiudo gli occhi e rivedo lo sguardo schifato della vecchia. Chissà perché ora mi sorride.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 3

15 novembre 2013 § Lascia un commento

caffè-al-ginsengIn mano tengo ancora il biglietto di sola andata, azzurro e giallo.
Arrivo alla macchina, la apro e mi guardo in giro, poi getto le chiavi dentro, sul fondo accanto al sedile di guida e richiudo la portiera. Lentamente.
E lentamente mi dirigo verso la fermata dell’autobus.
L’attesa è attesa. Non so quanto ma a un certo punto arriva il 12 che mi porterà non so dove.
Sono in piedi e mi tengo al palo mentre il mezzo si piega sulle curve. Apro il finestrino e sporgo la mano con il biglietto che svolazza e si piega al vento. Lo stringo forte.
– Ehi, che ci fai qui? – sento una voce dietro, ma non mi giro. Non può essere per me.
– Dico a te… – e mi tocca la spalla. Mi giro: cavolo! E’ così bella che mi toglie il fiato.
– Ciao…
– Ciao, come stai?
– Non c’è male… – mento. La guardo e non riesco a dire altro. Mi sorride e io mi perdo nei suoi occhi. Vedo solo lei, anzi, sento solo lei, mentre tutto il mondo dentro l’autobus scompare. E’ magnetica, c’è poco da fare. E’ da un po’ che non la vedevo, anzi pensavo proprio di averla persa. Sorrido: ho pensato una cazzata.
Intanto lei mi racconta cosa ha fatto negli ultimi tempi e io non capisco quello che dice: ascolto il suono delle sue parole, la melodia che mi rapisce. Ogni tanto annuisco e sorrido… Devo avere una faccia da ebete.
– La mano…
– Cosa?
– La tua mano… Perché la tieni fuori?
– Ah, sì, certo… – che idiota. Sorrido. Cosa ci troverà in Milena questa qui?
Dice che Milena è un’amica come poche… Sarà… L’autobus si ferma e lei mi saluta e scende. Rimango fisso su di lei finché l’autobus mi porta lontano. Mi siedo e chiudo gli occhi. Ho la fronte sudata. Mi assale il dubbio: forse ho sognato.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 2

7 novembre 2013 § 2 commenti

3new-2Passano le stagioni e i maglioni sono sempre quelli. Anche l’auto, con i suoi interni in similpelle, che ogni anno si aprono le cuciture e ci metto un pezzo di nastro adesivo di stoffa. La tinta non è proprio quella, ma c’è di peggio nella vita.
La casa, la mia casa, come dice Antonio che vive a Genova, sa di chiuso e di muffa. E poi non c’è nemmeno il mare. Pazienza.
Nella stanza che fa da salotto il caminetto è perennemente spento. C’è odore di fuliggine che ti graffia la gola. In cantina le bottiglie di vino hanno le etichette scollate. Il giardino è il regno delle ombre: erba alta un metro copre il manto verde soffocato dall’indifferenza. E’ come l’olio per il motore delle auto: quattrostagioni, pare sempre autunno. Autunno inoltrato. Una scopa caduta e un paio di stivali verdi piegati in due sono le uniche presenze umane.
Mi alzo dal tavolo fissando le tende bianche e immagino i bestioni che schiacciano la strada poco lontano, uno dietro l’altro e sogno una ferrovia che non c’è.
Pago il pranzo e il caffè. Nemmeno uno sguardo alla cameriera dietro al banco che mi offre una generosa scollatura.
Esco e rientro nel mondo che si muove. Cerco il biglietto nella tasca della mia giacca blu e appena lo sento sto già meglio. Guardo la mia auto e ora mi pare ancora più sbiadita. Il sole è nascosto da una nube grigia, il vento solleva polvere e una carta di un gelato alla frutta. A un paio di passi un uomo è seduto sulla panchina. Lo guardo tossire ripetutamente. Vorrei battergli la schiena ma mi fermo. Ho altro da fare.
(continua)

Un caffè senza zucchero – 1

4 novembre 2013 § 2 commenti

caffeSeduto al tavolo di questa trattoria mi perdo nel nero del caffè. Ho messo lo zucchero? Di canna, ovviamente. Non lo so… Giro il cucchiaino meccanicamente e poi, lentamente, sorseggio. Alzo gli occhi e guardo la finestra, anzi guardo le tende bianche che mi chiudono dal mondo che sta fuori e gira anche senza di me. Non so che cosa farò fra pochi minuti e questo mi mette ansia. Continuo a estrarre il biglietto dalla tasca della mia giacca blu: sola andata. Un viaggio lungo. Sono le due del pomeriggio. Fra mezz’ora dovrei rientrare in ufficio, lavorare ancora un paio d’ore e poi a casa. Una carezza al cane, una doccia, poi cena. Cena? Chiamarla cena è un atto di viltà. Dopo ancora in auto per dieci minuti, da lei, a casa sua. Milena. Milena, dieci anni con Milena. Dieci anni che vado da lei, un bacio e poi sul divano a fissare la tv. Un programma vale l’altro, oramai sono vaccinato e sopporto tutto. Ogni tanto vedo anche loro, i quasi suoceri. Di solito deambulano a letto prima che io arrivi. Ci vanno per la tv, ovviamente. Non riesco a immaginare altro. La domenica sì che li vedo. La domenica si pranza da Milena, coi “suoi”. Si rimane seduti fino al fatidico: “Incomincia!” che a turno ci prendiamo la libertà di annunciare. Sì, la partita ci vede tutti insieme davanti alla tv. E poi d’inverno fa sempre buio troppo presto.

(continua)

Scrivere…

3 novembre 2013 § Lascia un commento

Scrivere.001

Si crea…

2 novembre 2013 § Lascia un commento

Si crea...