Un caffè senza zucchero – 17
12 giugno 2014 § Lascia un commento
Da due giorni siamo chiusi in casa e giriamo nudi. Viviamo in simbiosi. Parliamo, leggiamo, facciamo l’amore, mangiamo e dormiamo, senza una logica. Facciamo quello che ci va. Ci siamo raccontati la vita, fin nei dettagli più intimi come amici di vecchia data. Ah, dimenticavo: giochiamo. Giochiamo a rincorrerci, a darci cuscinate, a nascondino, a carte…
Lei è brava a fare i massaggi e io non oppongo resistenza. Ogni tanto ci beviamo un caffè: lo versiamo in una tazza grande e sorseggiamo a turno. Sorridiamo, sorridiamo spesso.
Siamo usciti una volta. E’ stata l’unica volta, per fare una passeggiata. Era notte fonda, forse le tre. Non ci sono orologi in casa e nemmeno la tv e quadri alle pareti. Quando siamo stanchi, ci stendiamo sul letto e ci addormentiamo abbracciati.
Serena dice che non sa spiegarsi il perché. Non le era mai capitata una cosa del genere ma è felice. Dice che non si è mai sentita così felice e libera di essere se stessa. Nemmeno da giovane. La sto ad ascoltare per ore. E’ un fiume in piena, un’onda che ti travolge e ti risucchia nel mare e poi ti riporta dolcemente sulla spiaggia. Mi racconta dei suoi viaggi e di quell’uomo che l’ha lasciata quand’era incinta. Di come ha cresciuto la figlia e di quando lei ha deciso di fare l’insegnante in Africa presso quella missione di quel suo amico prete, più amico che prete. Mi racconta di quando se n’è andata di casa dicendole: – Grazie mamma! – e da allora non è più tornata. Ogni tanto scrive una lettera o le telefona. Mi ha fatto vedere la scatola dove conserva le lettere di Adriana. Dice che sono gocce d’amore ed è l’unica cosa che conserva di lei. Quelle lettere sono il miglior antidoto per la sua solitudine, insieme al suo amore.
– Abbandonata due volte dalle persone che amo – dice sorridendo amaramente – abbandonata da quell’uomo che non ho più rivisto e dalla figlia che ha deciso di salvare il mondo – e poi aggiunge – presto passerà a salutarmi e poi ripartirà di nuovo e io rimarrò qui ad aspettare ancora.
La guardo e le accarezzo i capelli. Lei chiude gli occhi e appoggia la testa sulla mia spalla. Dice che sono un fiore inaspettato, arrivato per caso o per destino. Dice che sono un fiore del deserto, di quelli che sbocciano al mattino e muoiono la sera. Sorrido e le bacio le labbra delicatamente. Poi mi alzo e preparo il mio zaino ed esco di scena. Prendo la bicicletta e so che lei è dietro la porta. Pedalo fino alla panchina e rimetto la bici al suo posto. Dopotutto sono un bravo ragazzo. E non sempre è un vantaggio.
(continua)
Il nashi
8 giugno 2014 § Lascia un commento
Nel mio giardino c’è un albero nashi, un pero giapponese. I frutti sono rotondi e simili a una mela, mentre la buccia è tipica del pero. Sono sugosi, dolciastri e la pasta è morbida. Un pero particolare, insomma.
Ha un’altra caratteristica: fruttifica ogni anno abbondantemente. I suoi frutti non incontrano molto il nostro gusto – anche se altri ne vanno ghiotti – e quindi capita che maturino e rimangano appesi ai rami per la gioia di vespe e vesponi. Poi cadono a terra e marciscono finché qualcuno li raccoglie per buttarli nella fossa biologica.
Una fine poco gloriosa per una pianta che non richiede alcun trattamento se non la potatura. Non viene nemmeno bagnata e quindi si fa bastare la pioggia, quando c’è.
E’ da quanto ha cominciato a fruttificare, cioè appena piantata, che il nashi si comporta così. Fa la sua parte, in abbondanza e in eccellenza.
Il nashi non è solo: accanto ci sono due peri, quelli classici delle nostre terre, due meli, un fico, susini di diversi tipi, ciliegi. E questi non sempre fruttificano: sentono le stagioni e le piogge, sentono il secco e il gelo. Eppure di questi ne andiamo ghiotti e ci dispiace quando fra i loro rami non troviamo i frutti attesi un anno.
ll nashi assiste a queste dinamiche e non cambia di una virgola: fruttifica in abbondanza e in eccellenza, nonostante anche lui viva le stesse piogge, lo stesso secco, lo stesso gelo.
Nulla e nessuno lo distoglie dalla sua missione: dare il meglio di sé comunque, senza se e senza ma, fregandosene della nostra noncuranza e della nostra sufficienza quando vediamo marcire i suoi frutti.
Lui va oltre i nostri sguardi.
Un caffè senza zucchero – 16
8 giugno 2014 § Lascia un commento
Siamo ancora sdraiati sulla panchina, mano nella mano, in silenzio. La sua testa è reclinata e si appoggia sulla mia spalla. Gli altri passano senza degnarci di uno sguardo. Socchiudo gli occhi e sfuoco l’immagine davanti a me. I colori si impastano e fluttuano lentamente come onde del mare. Lei è ancora immobile al mio fianco. Non so nemmeno il suo nome.
– Io abito dall’altra parte della città… – sussurra. Non è una domanda.
Pausa. Ancora colori sfuocati, ancora onde del mare colorato.
– Che dici? Ci andiamo?
E’ una domanda e quindi rispondo: – Certo. Come?
– Autobus!
Non è una domanda, ma rispondo ugualmente: – Ho un’idea migliore.
Ancora colori sfuocati, ancora mare.
– Cioè?
E’ una domanda: – In bicicletta!
Silenzio. Ancora colori, ancora mare.
– E va bene. Andiamo.
Mi alzo e mi guardo in giro. Colori nitidi ma senza mare. La vedo: vecchia ma intera e col ferro in mezzo. E poi è libera, senza catene che la legano a un palo.
E’ lì per noi. La prendo e le faccio cenno di sedersi sul ferro. Mi sorride e sale. Salgo e partiamo. Il vento ci accarezza i capelli e sorridiamo.
Due sconosciuti, felici come bimbi in bicicletta. Sfrecciamo in mezzo al traffico. Lei sorride e suona il campanello, si gira e mi dà un bacio. Sorrido e pedalo. Ogni tanto mi fa un cenno con la mano e io giro e pedalo. Lei sorride e suona il campanello.
– Ecco… Quella è casa mia.
Mi avvicino e mi fermo. Una casa lungo la via, un rettangolo vinaccia stretto e alto su tre piani, incastonato fra altre case a rettangolo, una di seguito all’altra, con le finestre bianche e vasi con fiori bianchi.
– Vieni, entriamo.
Entro e un profumo di agrumi mi dà il benvenuto. Appoggio lo zaino, tolgo il giubbotto e mi giro. Lei è lì che mi guarda e che aspetta un bacio.
I capelli bianchi e le rughe non riescono a nascondere la sua età, ma io mi perdo nei suoi occhi di ragazza, mentre le sue labbra accarezzano le mie.
(continua)
Un caffè senza zucchero – 15
5 giugno 2014 § Lascia un commento
La sveglia è mattiniera. Anche se nessuno mi ha chiamato, sento che è il momento di alzarmi. Scendo e vedo che c’è qualcosa per colazione: latte, caffè e pane. Mi tengo il caffè per ultimo e me lo sorseggio assorto nel mio mondo. Il sapore è nuovo, quasi fosse la prima volta che bevo quell’intruglio nero. Sarà l’ambiente, chissà.
Esco e mi immergo nella città mai ferma. Davanti a me vedo l’uomo di ieri sera e mi fermo a guardarlo. Sta parlando con altre due persone e sorride gesticolando vistosamente. Poi si battono una mano sulla spalla e ognuno se ne va dalla sua parte. Lo seguo tenendomi lontano, fuori dalla sua vista. Cammina a lungo e io con lui. Si ferma in edicola, compra il giornale e se lo mette nella borsa in pelle che porta con sé. Cammina ancora finché incontra una donna, si ferma, le parla, la bacia sulla guancia e se ne va. Lo lascio andare mentre si perde fra i passanti. Ora seguo lei: cammina verso di me e mi passa a lato. Sorride assorta nei suoi pensieri. Mi tengo a distanza facendo attenzione di non perderla. La vedo entrare in un ufficio pubblico, al piano terra di un palazzone ministeriale. Entro anch’io e salgo le scale dietro di lei. La vedo salutare confidenzialmente alcune persone e sparire dentro uno stanzone. Pare arrivata. Io invece gironzolo ancora un po’ e poi ridiscendo. Esco e mi ritrovo ancora in strada. Il traffico muove la vita e io mi sento perso. Ho seguito per brevi attimi la vita di una persona che si è incrociata con la mia e poi quella di un’altra persona che si è incrociata con quest’ultima… Una serie di incroci, di fili che si annodano e poi si perdono come per caso… Seguire la vita di qualcun altro è perdersi nei meandri del caso, nel buco del nulla… Vite diverse, vite normali… Chissà cosa cercavo… e chi seguivo… Ma ha poi senso seguire la vita di un altro? E la nostra vita chi la segue? La mia dov’è? Dove l’ho lasciata? E’ questa la mia vera vita?
Mi siedo su una panchina e mi nascondo il viso fra le mani. Poi apro gli occhi e vedo quella donna seduta a pochi passi da me. L’ho vista ancora, forse stamane, il suo viso mi è familiare. Le sorrido a lungo finché me la ritrovo seduta accanto. Prende la mia mano e la chiude fra le sue.
– Ti ho visto alla mensa… – sussurra – Sei nuovo?
– Sì, sono nuovo.
– Posso stare con te?
(continua)
Un caffè senza zucchero – 14
31 Maggio 2014 § Lascia un commento
Passo davanti a quella porta e sento che una mano si appoggia sulla mia spalla e dolcemente mi tira a sé.
– Fratello entra… Entra pure. C’è posto anche per te – la voce è calda e decisa, come il suo sorriso. La mano è ferma e pare una carezza.
Rimango in silenzio, nell’attesa della sua prossima mossa. Fisso i suoi occhi e lo seguo. Il suo magnetismo mi conquista e mi sento attirato da qualcosa a cui non oppongo resistenza.
Mi ritrovo in una sala, una mensa assiepata di persone che mangiano.
– Ecco tieni pure e accomodati – mi dice una voce femminile porgendomi il piatto.
Lo prendo e mi siedo nel primo posto libero che trovo. Sono in mezzo a dei mendicanti. Chissà che aspetto ho se mi ha paragonato a loro. Chissà, forse sono anch’io un mendicante.
Un mendicante è qualcuno che chiede cibo, soldi, una coperta… Anch’io chiedo qualcosa, dopotutto.
Sono anche un senza-casa, un homeless… Anche un viandante…
Strano, ma mi sembra così naturale essere qui. Un senso di benessere mi ha avvolto appena quell’uomo mi ha guardato e mi ha parlato: magnetismo? Sì, certo. Alle volte mi è capitato di incontrare persone così, ma mi sono trattenuto, sono fuggito. Ora invece sono qui perché mi sono lasciato portare.
Nessuno parla. Il solo rumore è quello delle posate che toccano il piatto o il sussurro di qualcuno che chiede di passargli il pane. Un silenzio carico di significato che non so spiegarmi. Lo sento, ma non so dargli un nome.
Passo al formaggio che mastico lentamente guardandomi in giro. Tutti sono assorti nel loro essere lì, chiusi in un guscio invisibile.
L’uomo ora si è alzato in piedi e parla: – Chi di voi si ferma a dormire?
Qualcuno alza la mano. Lui conta e con mia sorpresa vedo che conta anche me: ho il braccio alzato e non me ne sono accorto.
Ci accompagna al piano di sopra e ci assegna le brande augurando la buonanotte.
Appoggio il mio zainetto, tolgo il giubbotto e le scarpe e mi distendo.
Mi sento leggero.
(continua)
Un caffè senza zucchero – 13
28 Maggio 2014 § Lascia un commento
Cammino per le vie illuminate della città che mi ospita. Sono straniero a queste pietre, e tutto questo mi rallegra. Mi fermo davanti a un negozio di abbigliamento casual e mi specchio sulla vetrina. Non sono un grande spettacolo: è ora di cambiare qualcosa. Mi fiondo dentro per qualche acquisto mirato, qualcosa di facile da trasportare e da lavare: un paio di jeans, anzi due e butto i pantaloni che ho addosso, due magliette e un giubbino e un paio di scarpe comode. Colori neutri, senza grandi pretese. Qualcosa di intimo, calzetti e un cappello con frontino. Poco più in là addocchio uno zainetto, non troppo grande. Sarà il mio compagno di viaggio. Voglio portare poche cose, l’essenziale. Esco e mi infilo in un negozio dove recupero un sapone, quanto serve per la barba, altre cose. Sempre l’essenziale, non voglio pesi inutili. Ho riempito la mia casa di pesi inutili, di cose che non mi servono e che non mi serviranno mai, acquistate più per compiacere che per piacere.
Ho riempito anche la mia vita di cose inutili che mi hanno appesantito. Cammino col mio zainetto sulle spalle alla ricerca di un lavasecco. Butto l’occhio dentro e la vedo appesa. Mi avvicino e sorrido: una piccola mongolfiera rossa con la cesta e l’omino che mi guarda con un binocolo, appesa al soffitto di un negozio di giocattoli. Sono fermo, impalato, e sorrido come un ebete. La mongolfiera rossa, la cesta e l’omino col binocolo.
E capisco. Capisco perché la mia mongolfiera non si è mai staccata da terra, perché non ha mai preso il volo.
Chiudo gli occhi, mi giro e me ne vado. Sulle spalle lo zainetto. Lo faccio sobbalzare per sentirne il peso. Il mio zainetto è la mia mongolfiera e si sta staccando da terra, finalmente. Finalmente si sta staccando da terra. Ora che non ha più zavorre che la tengono prigioniera.
Ora posso alzarmi e volare.
(continua)
Un caffè senza zucchero – 12
23 Maggio 2014 § Lascia un commento
Ci sono certi luoghi dove il tempo è una variabile indipendente, una cosa a sé, una malinconia che vive accanto a noi e che si fotte dei nostri pensieri.
Avevo un cane quando ero un bambino. Era la mia ombra. Giocavamo insieme tutto il giorno. Non l’ho mai visto dormire quando era con me. Non sprecava un solo attimo nemmeno a sonnecchiare. Mi capitava addosso e col muso mi solleticava ad entrare nel suo mondo. Andavamo spesso a correre sui prati che si perdevano dietro casa mia ed era lui che portava me alla scoperta dell’ignoto, in mezzo al bosco dei castagni, lungo l’argine del torrente. Volavamo sui prati rincorrendo le nostre grida. E lui mi precedeva sempre finché stremato crollavo e lo chiamavo a me. E lui spariva dalla mia vista e poco dopo mi zompava addosso alle spalle e si divertiva a tirarmi per la maglia o per i pantaloni. Quel cane era il mio amico. Con lui il tempo non era tempo, con lui tutto diventava altro e la magia era l’unica parola che poteva descrivere la nostra vita insieme. Poi è morto. Improvvisamente è morto. Mi ricordo che trattenni le lacrime per dimostrare al mondo che ero grande e che non avrei pianto per un cane.
Ora che il tempo non mi interessa, quella sensazione è ricomparsa e si è impossessata di me. Forse è semplicemente uscita e si vendica di quelle lacrime che non ho versato. Ora che di tempo ne ho, non riesco a trattenere il mio pianto. Mi ricordo di aver letto che il pozzo delle lacrime è sempre pieno d’acqua… Posso dire che è vero… Quel cane compagno di giochi è ancora con me.
Ora mi maledico, maledico il dolore che ho nascosto e la memoria che non ho onorato. Maledico la mia stupidaggine, perché quel cane è stato per me più di un cane, più di un compagno di giochi. Quel cane è stato la parte più bella di me, quella che ho nascosto per troppo tempo.
(continua)
Un caffè senza zucchero – 11
18 Maggio 2014 § Lascia un commento
Entro e mi accoglie l’oste: un uomo con i capelli lunghi grigi, spettinati e radi e i baffi che scendono fino al mento.
– Buongiorno – dico e lui mi saluta con un gesto del capo e mi indica un tavolo nella sala. Mi siedo che ancora non so se parla o meno.
Mi guardo in giro e rimurgino. La sala è vuota a parte me, immersa nel silenzio, eppure mi sembra di sentire una voce lontana, fuori campo, come quella del narratore che accompagna le immagini di un vecchio documentario. Cerco di pensare ad altro, ma alla fine vince lei e allora la lascio fare. Non mi resta altro che ascoltare.
Ci sono certi posti che quando ti ci trovi hai la sensazione che il tempo si sia fermato. Se non fosse che alla parete è appeso un calendario recente, avresti la certezza di aver attraversato un buco temporale. Tutto pare fermo a trenta, forse quarant’anni prima. Anche l’uomo dietro il banco, anche gli odori che provengono dalla cucina, anche lo scarico della turca, macchiato di ruggine, che non funziona o i prodotti detergenti dimenticati in un angolo. I tavoli, le tovaglie, la disposizione delle posate, incorniciano una trattoria di paese che non dovrebbe esistere più perché è scomparsa dal nostro immaginario collettivo.
Persino i suoni della tv che trapassano le porte vetrate, richiamano immagini in bianco e nero.
E anche tu ti calmi e ti adatti ai ritmi sonnolenti del luogo. Il respiro si placa e la furia della mente scompare, lasciando posto a un sorriso rilassato.
Senti rumori che altrove ti sarebbero indifferenti. Te ne stai seduto da solo in mezzo alla sala da trentasei coperti e non te ne vorresti andare.
Fuori il sole scalda il primo pomeriggio e le lancette dell’orologio scivolano verso destra.
E ti chiedi chi sei diventato e perché hai dimenticato.
– Dica… – la voce roca mi richiama alla realtà e ha una forma umanoide attaccata a una penna e a un bloc notes.
(continua)
Un caffè senza zucchero – 10
13 Maggio 2014 § Lascia un commento
Scendo le scale senza guardare quelli che parlano sul pianerottolo. Mi sento leggero, oserei dire felice. Sì, felice è la parola corretta.La città mi accoglie col sorriso di un bimbo sul passeggino. Incrocio lo sguardo della mamma e saluto. Sento un peso strano in tasca: rovisto e mi ritrovo il cellulare. E’ spento da ieri. L’ultima volta che l’ho usato, ho inviato un sms a Milena. E chissà quante volte mi ha cercato. Trovo una panchina e mi siedo. Il sole del mezzogiorno scalda il mio viso e mi rilassa. Chiudo gli occhi e me resto immobile per un po’. Non ho nulla da fare se non starmene qui.
Alla fine mi decido e lo accendo. Aspetto alcuni istanti che l’apparecchio carichi il programma. E’ di nuovo vivo e sento i bip dei messaggi. Me ne frego. L’unico mio pensiero è Milena e allora digito: “Ciao Milena. Dove sono sto bene. Non cercarmi più”. Lo invio subito, prima di pentirmi. Controllo bene che sia inviato e poi spengo. Ecco fatto, tutto sistemato. Rimetto il cellulare in tasca e mi allungo, godendomi ancora il tepore del sole. Sorrido. La sensazione è unica: un misto di felicità e di leggerezza.
Mi alzo e cammino lentamente lungo il vialetto alberato. La sensazione di leggerezza continua a farmi compagnia. Cammino in mezzo alle persone e mi sento solo, beatamente solo. Non ho programmi né mete da raggiungere, niente ansie oppure orologi che girano vorticosamente. Sorrido e mi accorgo che anche le persone che incontrano il mio sguardo mi sorridono.
Cammino e cammino. Il quartiere è ora cambiato: non è più città ma un sobborgo. Pare un paese ed è fuori luogo qui a due passi dalla città . Vecchie case addossate una sull’altra con androni che si aprono e che svelano vecchi cortili abbandonati. Finestre chiuse con inferriate arrugginite e manifesti sbiaditi e strappati di un circo che forse non esiste più. Il circo: una volta ci sono stato e mi ricordo dei cavalli bianchi con le bordature rosse. Eleganti e precisi nei movimenti. E mi ricordo della loro disinvoltura nel cagare lì in mezzo alla pista fra un numero e l’altro.
– E’ proprio vero che al culo non si comanda! – dico a mezza voce.
Poi alzo lo sguardo e vedo l’insegna: “trattoria alla lanterna”. Sì, ho fame. I cavalli mi fanno questo effetto.
(continua)
Un caffè senza zucchero – 9
9 Maggio 2014 § Lascia un commento
Apro gli occhi e lentamente mi abituo alla penombra. Sono immobile e richiudo gli occhi. Ascolto e sorrido. Un cane abbaia, rumori di auto e di gente che parla, forse sono i vicini. Sento un bisbiglio che mi culla e che mi tiene incollato al letto. Ancora il cane che abbaia lontano. Sono rumori di vita, rumori normali di un giorno normale. Normale per tutti, ma non per me. Penso a dove dovrei essere e capisco perché non è normale per me. Ancora il cane che abbaia, ancora parole di gente sulle scale. Ancora suoni di un giorno normale.
Ho ancora gli occhi chiusi e allungo il braccio: Adina non c’è. Stanotte abbiamo parlato, anzi ho parlato di me, della mia vita, di Milena, di noi due. Ho parlato per ore dicendo cose che non credevo di riuscire a dire, che non sapevo di avere, che non credevo possibile. Alla fine Adina si è addormentata: era l’alba.
Sento rumori di là. Annuso: profumo di caffè? Sì, è caffè. I passi si avvicinano e sorrido.
– Caffè?
Sorrido e apro gli occhi, lentamente: – Sì, certo.
Lei è lì, accanto a me, seduta sul letto che mi porge la tazzina. Mi tiro su, lentamente e la prendo. Sorrido e penso ad Adina che è bella e chissà che faceva in Romania. Stanotte non le ho chiesto nulla di lei, non so nulla di lei. Eppure sono sdraiato sul suo letto e bevo il suo caffè. Vite sconosciute che si incontrano e si incollano per pochi attimi. Fossi rimasto dov’ero non l’avrei conosciuta. Le sorrido: – Molto buono.
– Grazie – anche lei sorride.
Ora la guardo meglio: veste solo con un accappatoio bianco e un asciugamano avvolto in testa. E sorride.
– Ho parlato un sacco stanotte…
– Sì, e mi spiace di essermi addormentata!
– Fa nulla, era l’alba…
– Ma mi è piaciuto… Non capita, sai?
– Cosa?
– Di parlare così a lungo senza…
– Senza…
– Sì…
Ci guardiamo negli occhi e non parliamo. Capisco che devo andarmene ma va bene così. Sono felice di averla conosciuta. Sono felice di questa giornata normale. Mi faccio forza e mi alzo, recupero i miei vestiti. Adina è andata di là. Chiudo gli occhi e risento il cane cha abbaia.
Fuori è un giorno normale.
(continua)